Il pensiero positivo

Ovunque nel mondo delle soluzioni esistono“. Cit Domani – Il film

Era dai tempi del mio Erasmus in Spagna, ahimè 13 anni fa, che non mi capitava di fare un botellón.

Poco si differenzia nella forma dal “farsi una bevuta in Santo Spirito“, ma mentre ero lì, in Piazza Santa Croce, ho proprio pensato: “CAVOLO, questo è un botellón!

Perché c’erano gli spagnoli, c’era la musica, c’era la birra del pakistano e il vino comprato al supermercato, c’era la sensazione di essere tutti parte di un rito, fatto di incontro e condivisione.

Mi trovavo lì per caso, erano venuti in visita a Firenze degli amici di Torino con i quali da poco avevo vissuto l’esperienza tedesca del JobAct Summer Camp e ci eravamo dati appuntamento con altri ragazzi del gruppo.

Vi auguro una buona serata, ragazzi“: ci accoglie così un uomo di colore, africano, sulla quarantina, non il solito senegalese  con la cassetta di legno piena di accendini, cartine e braccialetti che prova ad attaccare bottone chiamandoti Miss Italia o mostrandoti come conosce bene i proverbi italiani.

No. Lui non era convenzionale: in camicia, orologio al polso, occhiali da vista in celluloide, accento francese e un tubo di braccialetti che accompagnavano il suo gesticolare piuttosto che essere l’oggetto delle sue conversazioni.

Stava parlando con altri ragazzi sulle scale della chiesa, ma quando arriviamo noi, si volta e prima di andare via ci lascia questo augurio:

A questo mondo, rispetto al passato, non ci manca niente: abbiamo un po’ di salute, un po’ di famiglia, un po’ di amici, un po’ di lavoro, un po’ di pace, un po’ di amore… solo ci manca il pensiero positivo. E per coltivarlo abbiamo bisogno di tre cose:

  1. una mente aperta
  2. un orecchio capace di ascoltare
  3. un’anima che sa comunicare.

Quindi, ragazzi, vi auguro di stimolare il vostro pensiero positivo“.

La serata è proseguita tra nuove conoscenze, chiacchiere sulla città, film, teatro, viaggi, satira… Senza rendercene conto, poco a poco la piazza si è spopolata, e noi 4 sempre lì su quei gradini, ultima sigaretta in mano o sorso di birra in bocca, non curanti del primo freddo settembrino, ma avidi di non porre fine a quella piacevole serata.

Ad un certo punto sono stata io a dire: “Bè, signori, sono le 2.30. Si va?” e solo in quel momento ci siamo accorti che eravamo rimasti gli unici in una piazza deserta. Su quei gradini. Davanti allo sguardo di Dante. Fra decine e decine di bottiglie vuote.

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Questa ovviamente non è piazza Santa Croce

Ci guardiamo intorno, in silenzio, e forse perché tutti venivamo dalla recente esperienza in terra tedesca, pensiamo: “Qui ci sono almeno 50 euro di reso. Se fossimo in Germania, la piazza sarebbe pulita e quel “promotore del pensiero positivo” potrebbe campare di questo“.

Eh sì, perché lì ad ogni concerto, festival, sagra o festa, la spazzatura viene smaltita dagli stessi esercenti che invogliano il pubblico a restituire il bicchiere o la bottiglia ricevendo indietro il costo precedentemente addebitato. Abbiamo cominciato a fantasticare su come educare i giovani a lasciare i luoghi pubblici puliti, a come farla diventare una cosa “normale” e non solo una cosa multabile; abbiamo aperto la nostra mente, ci siamo ascoltati a vicenda e abbiamo comunicato le nostre idee o esperienze.

Siamo tutti responsabili del mondo che restituiamo alle generazioni future, in termini di risorse e valori e ci sono tante buone pratiche che varrebbe la pena trasferire e adattare ad altri contesti e luoghi. E allora ho deciso di scrivere questo post per condividerne alcune, mossa dalla visione di questo film documentario, che di spunti ne offre tanti.

Per info sul film visitate la pagina facebook Domani Il film.

E voi siete pronti a sviluppare il vostro pensiero positivo?

 

JobAct Summer Camp in Germania ad agosto

E mentre a Brussels si cerca di gestire il BREXIT, l’Ungheria parla di costruire muri, e la Nazionale di calcio è tornata a casa dagli Europei in Francia perdendo contro la Germania, io torno a vivere e costruirmi l’Europa che più amo e così a metà agosto vado in Germania per il JobAct Summer Camp.

Si chiama JOBACT™ ma non si tratta di una nuova riforma del lavoro, è bensì un metodo di pedagogia teatrale che spinge giovani uomini e donne a trovare la motivazione e la forza per partire o ripartire con il lavoro e la loro vita, da qui l’unione delle due parole JOB+ACT.

Il creatore di questo modello, ProjektFabrik, da qualche tempo si sta impegnando per esportare queste tecniche in altri paesi europei e infatti avevo avuto modo di provarne un assaggio lo scorso autunno durante un laboratorio di 2 giorni organizzato a Firenze da Vivaio per l’intraprendenza.

Ma proprio qualche giorno fa il progetto di diffusione di questo modello ha ottenuto una nuova leva, grazie alla bellissima notizia ricevuta dall’Agenzia Erasmus Plus tedesca.

L’azione K1 di questo programma – che finanzia infatti progetti di mobilità in tutta Europa – ha approvato il finanziamento del JOBACT/EU SUMMER CAMP 2016, un workshop internazionale a Witten, in Germania dal 17 agosto al 1 settembre – per giovani europei tra i 18 e i 28 anni.

Si tratta di una full immersion in un training teatrale di gruppo, insieme ad altri giovani provenienti da Francia, Germania, Italia e Ungheria, che si concluderà con la rappresentazione dello spettacolo teatrale costruito durante il Camp.

Il mio compito è quello di accompagnare gli otto partecipanti in partenza da Firenze. Le iscrizioni sono aperte sul sito di Vivaio per l’Intraprendenza e scadono il 22 luglio.

IMPORTANTE! Il workshop è gratuito: i costi di volo, vitto e alloggio sono coperti da Erasmus plus, quindi per partecipare basta solo pagare una quota d’iscrizione di 100 euro.

Maggiori info sul flyers del camp.

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#NObullyingFlashMob perchè?

Sono stata vittima di bullismo cibernetico, anche se ai miei tempi non c’erano smartphone, facebook, youtube o whatsapp.

Quando frequentavo le scuole medie, c’era la segreteria telefonica però. 

Sembra un pensiero vintage dal sapore nostalgico e quasi mi fa sorridere, ma poi riprovo quel gusto amaro al ricordo dei messaggi offensivi e minacciosi che conteneva. Erano quelli che un compagno di scuola mi lasciava tutti i pomeriggi in cui non mi trovava in casa. E penso: Adesso forse si chiamerebbe cyberstalking.

Quando avevo 15 anni, c’erano le cabine telefoniche però. 

Ricordo quando nell’estate dei miei 15 anni il telefono squillava dopo cena ed erano gli scherzi anonimi che alcune “amiche” facevano dalla cabina telefonica. Mi prendevano in giro, ridacchiavano. Stavo vivendo una delle estati più difficili della mia vita, e forse loro non lo sapevano. Ancora oggi a distanza di 20 anni mi chiedo cosa avessi fatto per meritarmi quella cattiveria. Adesso forse si chiamerebbe harassement.

Come ho fatto a superare questi dolorosi episodi?

Di sicuro il telefono fisso di casa in soggiorno e la segreteria telefonica con le cassette mi hanno salvata, perchè il mio disagio non era chiuso nel mio smartphone, ma era condiviso all’interno di mura familiari solide e presenti.

E quindi credo di avere arginato rapidamente le ferite che queste azioni mi avevano causato in primis grazie alla mia famiglia e poi grazie ai professori della scuola media che in maniera molto discreta hanno preso in mano la situazione, e infine grazie agli amici veri che mi hanno dato forza e dimostrato affetto.

Sono stata fortunata. Ho un ricordo ormai lontano di quel tempo, e ripenso a quegli avvenimenti come a momenti che mi hanno fatto crescere e rafforzato come persona, ma una parte di me sa che nella mia memoria, legati a quegli episodi, ci sono lacrime, paure, tristezza, ansia e disperazione.

Da qualche mese mi occupo di un progetto europeo sul bullismo cibernetico e il 16 marzo è stato indetto il #NObullyingFlashMob, una giornata dedicata ad una campagna social per parlare di questo problema molto attuale e per sensibilizare chi lo conosce meno, attraverso informazioni sugli strumenti per arginarlo e denunciarlo e sui pericoli che può comportare.

Io parteciperò.

Ci sarò il 16 marzo per raccontare senza vergogna la mia storia e per consigliare, a chi non ne ha la forza, di chiedere aiuto e non chiudersi. Quello che ho imparato da quella esperienza è di non cedere alla prepotenza e denunciarla sempre, per comprenderla, per superarla, per sconfiggerla. Forse il mio spirito di combattente moralizzatore e di assistente dei più deboli si è forgiato proprio come reazione a queste vicende. E ne vado fiera.

Per dire anche voi Stop al bullismo, qui trovate il link all’evento.

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#10 La mia Turchia oggi

In tutte le cose c’è un prima e un dopo.

Si, all’inizio c’è un prima.

C’è un “prima nell’infanzia” nel quale i turchi per me erano omini bassini, un po’ scuri, fumatori accaniti su tappeti colorati come quelli che aveva portato mio papà da un viaggio, e le turche erano tutte danzatrici del ventre con veli colorati sul viso e monetine sonanti a colpi di fianchi.

C’è un “prima nell’adolescenza” in cui a questo aggiungevo l‘occhio di Allah contro il malocchio, tipico souvenir rivogato da chi ritornava da quelle terre, in versione ciondolo, braccialetto, spilla, elastico per capelli, etc. e il kebab, simbolo degli spuntini fuori orario nelle vie del centro.

C’è un “prima sui libri dell’Università” sui quali leggevo di non rispetto dei diritti umani, di strage degli Armeni, di invasione di Cipro, di Islam.

E poi c’è un dopo.

C’è un “dopo avere scoperto Istanbul“, che mi ha accolto col profumo inebriante di caramelle e melograno, di rosa e tè; mi ha mostrato i pescatori e i gabbiani sul ponte di Galata; mi ha avvolto nel mesto silenzio a capo coperto e piedi scalzi delle tante Moschee; e ancora mi ha stordito al suono del Muezzin e delle piazze piene di gente al tramonto in un Ramadan di fine agosto.

Le donne di Istanbul

C’è un “dopo avere scoperto la Cappadocia“, un tempo sospeso come le mongolfiere che mi svegliarono al mattino e mi fecero catapultare in un luogo favoloso tra grotte e canyon, in cui l’unico rumore era quel “fuuuuuuuuuuuuuuu…” della fiamma dei palloni.

C’è un “dopo 2 meeting di progetto a Kirsehir e Bursa“, in cui ho visto le loro scuole accolta da canti e danze, i loro centri ricreativi coi corsi di arabo, ricamo, zumba e PC, in cui ho preso il tè nelle loro sale adibite, in cui mi sono spiegata a gesti col tassista, ma ho dovuto migliorare la pronuncia davanti al prof di inglese, in cui al ritorno ho messo in valigia i doni dell’accoglienza, fatta di sorrisi, disponibilità e professionalità.

E continuo a credere sempre più che solo il costante viaggio versa la conoscenza allontana dalla nostra vita false paure e inibizioni.

Concludo allora con una frase di un libro che comprai in quella terra, di ritorno dal mio primo viaggio lì e che oggi, grazie allo spettacolo di Pupi e Fresedde, a Rifredi mi ha fatto venire voglia di condividere i miei pensieri qui.

Non posso cambiare la direzione del vento,
ma posso aggiustare le vele
per raggiungere sempre la mia destinazione.

La Bastarda di Istanbul – Elif Shafak
bastarda di Istanbul

#9 Berlin calling… finalmente!

Ebbene, sì! Lo posso dire: ho visto Berlino! Ho finalmente sostato in Germania per più di un rocambolesco scalo nell’aeroporto di Francoforte o di un panino con würstel e crauti nel centro di Trier! Sono partita sapendo che ci sarei stata poco più di 36 ore, di cui una parte dedicata ad una visita di studio ad un incubatore d’impresa per il progetto Avant Crafts. E quindi mi sono concentrata ad appuntarmi le sensazioni che questa città mi trasmetteva. Eccole qui riepilogate in brevi punti:

  • il sole (anche se pare sia stata fortunata!): già dallo shuttle bus che mi portava in città, la vista delle persone sulle sdraio al sole sull’argine del fiume mi ha emozionato!
  • l’incontro, alzando lo sguardo al cielo, con l’altissima antenna di Alexander Platz: ecco perché contraddistingue lo skyline di Berlino!

Welcome to #Berlin #nofilter

Una foto pubblicata da @serenita_soy in data: 4 Giu 2014 alle ore 14:10 PDT

  • i tubi colorati che attraversano la città: all’inizio pensavo fosse un’istallazione temporanea d’arte, ma quando li ho incontrati anche a Posdam, ho capito che incrociano le piazze e le strade della metropoli come l’underground di Londra ma a cielo aperto. In seguito lessi un articolo su wired sulla loro funzione drenante per il terreno, ma posso confermare che la scelta di farli colorati si intona perfettamente col senso di creatività e sperimentazione che ispira questa città!

Giardini di #potsdam #germania

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  • l’isola dei musei: che posso dire? La verità è che non ero preparata a vedere una cosa così meravigliosa! E quando nella mia mattinata libera -prima di ripartire- ho scelto il Pergamo museum, sono rimasta senza parole all’ascolto (grazie ad un’audio guida gratuita) dell’opera che sono riusciti a realizzare in quell’edificio!

Prima di visitare Berlino, ma quando già nutrivo un forte desiderio di vederla, alle persone che c’erano già state chiedevo: “ma si capisce se sei a est o ad ovest?“.

Ora capisco perché era così difficile rispondere.

Berlino ti accoglie, ti affascina e ti cattura con la sua contemporaneità, e ti disorienta.

Ma nello stesso tempo non dimentica la storia: quel passato che lascia ferite ancora aperte.

Se dovessi descrivere Berlino in una frase, direi infatti che è la città dalle tante ferite.

Perchè basta girare l’angolo e ti trovi al Check point Charlie, oppure tra le stele fagocitanti del memoriale della Shoah, o davanti ad una foto della Topografia del Terrore o all’incrocio di una strada dove sono ancora evidenti i segni del muro che l’attraversava…

Memorie #Berlino

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A tutte queste ferite ancora calde e profonde, Berlino ha messo un cicatrizzante che si chiama creatività, innovazione, sperimentazione, contemporaneità!

Non bastano 36 ore per conoscerla a fondo, per individuarla per come si è vista nelle scene di alcuni film, per immaginare cosa ci sarà fra qualche mese dove adesso c’è un cantiere o una ruspa, quindi…

spero in un Berlin calling me back again!

#8 in her shoes… o hijab

Sono appena tornata dalla Turchia, in occasione del V meeting del progetto Feeling Younger by Getting Older, il primo da  quando ho cominciato la Palestra della palestra.

Condivido con voi un dialogo e una riflessione.

A cena al tavolo con Federica, Eleonora e Yunus.

Eleonora: Sai, Yunus, io sono nata in quella parte di Cipro che voi turchi avete preso. A SETTE ANNI, con la mia FAMIGLIA sono stata cacciata via dalla MIA CASA, per tanti anni non ho potuto ritornarci e quando hanno aperto nuovamente gli accessi e l’ho rivista, c’era una nuova famiglia “turco-cipriota” che ci stava vivendo…
Per me voi siete da sempre i miei NEMICI!
Quella era la MIA CASA! Io la rivoglio!


Federica: Eleonora, non pensi che se tu ora tornassi in quella casa e la richiedessi indietro, e cacciassi la FAMIGLIA che ci vive da 40 anni, diventeresti il NEMICO di quella bimba di SETTE ANNI che è nata lì e considera quella la SUA CASA
… ? Forse l’unica soluzione è bloccare questo circolo vizioso: sarete tutti vincitori.

Non so se si possa davvero porre fine ad una guerra/resistenza con un CRG (Calibrazione – Ricalco – Guida) e una domanda retorica, ma io voglio pensare che in questo caso abbia funzionato davvero.
A fine meeting Eleonora chiedeva di farsi le foto con le giovani turche, a piedi scalzi e con in testa il velo (hijab) come lo portano loro… e sorrideva, sorrideva, sorrideva…

 

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– Per approfondire la questione turco-cipriota, vedi anche #4 da sud a nord

#7 Bridge the gap a Vienna

A febbraio sono stata a Vienna.

Ero molto emozionata all’idea di rivedere il Danubio, ma in realtà ad accogliermi è stata soprattutto la neve.

Il volo dell’Austrian Airlines Firenze-Vienna che fa “una fermata” a Bologna (ve lo giuro: decolla, dopo 20 minuti atterra a Bologna, fa entrare nuovi passeggeri e riparte), è stato bloccato all’aeroporto Marconi, obbligandoci ad una sosta di oltre due ore all’interno dell’aereo, con la magra consolazione di una bibita e uno snack. La causa?

“A Vienna stanno ripulendo le piste dalla nevicata di questa notte”.

E infatti all’atterraggio la vista era proprio quella di una città totalmente imbiancata.

All’arrivo proprio in centro, invece, c’era una città all’opera: piccoli spazzaneve riempivano di ghiaia i marciapiedi, i commercianti ripulivano l’uscio dei loro negozi, qualcuno munito di pala dissotterrava la propria macchina, etc.

Cose viste da segnalare:

  • Negozio di compra-vendita di giocattoli e accessori usati per bambini: GENIALE!
  • Scaffale di libri ad un angolo di una strada: chiunque può gratuitamente andare a consultarne uno, portarlo a casa, scambiarlo con un proprio libro già letto… INCREDIBILE!
  • Sacche di plastica attaccate ai pali della luce con dentro le copie del quotidiano e alcuni spicci: pensavo fosse il solito distributore di free press e invece si tratta di normale distribuzione del giornale nel quartiere: prendi una copia e lasci gli euro nella sacca, facile no? LASCIA SENZA PAROLE…
  • Cani ovunque: la neve non è un problema né per loro né per i loro padroni che giocano lungo il fiume senza farsi alcun problema.
  • Metropolitana efficientissima: ti porta ovunque e il ticket da 72 ore è davvero conveniente!

Non ho ancora capito dove alloggiava la principessa Sissi, ma in compenso in una pausa-lavoro sono riuscita a vedere la Kunst Haus:

#hundertwasser #wien #vienna

Una foto pubblicata da @serenita_soy in data: 24 Feb 2013 alle ore 08:47 PST

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Vi chiederete: perché mai parla di febbraio, neve, Vienna, in un post di maggio? No, non è perché in questo momento a Firenze ci sono in media 14 gradi! Ecco la spiegazione:

Alle soglie del prossimo meeting del progetto Bridge the Gap in Belgio a giugno, è stato pubblicato il report su Creatività e TIC che racconta l’attività svolta in quella due giorni nella capitale austriaca. Raccoglie infatti i risultati dell’OST svolto tra partecipanti di 12 diversi paesi d’Europa e buone pratiche locali collegate al tema principale. Per me è stato un orgoglio poter portare l’esempio di macramè, un progetto che nasce dalla collaborazione di due giovani designer, Valentina Cangiamila e Cristina D’Apollonio, che riescono a dare nuova vita ad oggetti del passato grazie alla loro creatività e al loro spirito innovativo. Cravatte vintage infatti diventano accessori cerchietti, cinture, collane e raccontano la loro vita su un blog, mettendosi in vetrina su dawanda. com.

macramè

Grazie al partner spagnolo Innovación, Transferencia y Desarrollo, potete respirare l’atmosfera di quei giorni attraverso questo video.

Alla prossima!