Casa è Distanti… eppure uniti!

Ho ormai superato i 30 giorni di quarantena e misure restrittive del covid19.

Mi sento abbastanza fiera di come i miei nervi stiano reggendo al cambio repentino della mia vita e di come stia allontanando con caparbietà il pensiero che “niente sarà come prima” sia inevitabilmente una constatazione negativa.

Ho cominciato disegnando il posterANDRÀ TUTTO BENE“.

L’ho appeso sotto la finestra e ogni giorno tra un flash mob, un applauso collettivo ed un inno d’Italia ho proseguito inserendo elementi pacchiani sul davanzale (girandole colorate, stelline dell’albero di natale, piante e fiori), immaginando che potessero far sorridere le persone sotto casa in coda per comprare il pane.

Ho ideato un piano bellico su come sopravvivere senza andare al supermercato.

Dopo essere stata una tra le poche fortunate a trovare posto nel servizio Esselunga a casa, bruciandomi l’occasione con una spesa inconsapevole di soli 40 euro, sono passata al servizio de L’Alveare che dice sì provando l’ebbrezza di comprare 3 kg di verdura a sorpresa e scoprendo che col porro si possono fare un sacco di cose!

Ho fatto video chiamate con mezzo mondo.

Quando l’emergenza coronavirus è passata dalla Cina all’Italia, in tanti, amici e colleghi conosciuti in occasione di viaggi e progetti europei, mi hanno scritto o chiamato per sapere come stavo (quasi come se l’Italia fosse stata vittima di un terremoto con epicentro ben localizzato nel cuore del paese o di una crisi economica nazionale da “PIZZA PAZZA”).

Ma a distanza solo di qualche giorno quando i contagi sono arrivati in Spagna, USA, Germania, Francia, Regno Unito, etc., e su instagram ai #iorestoacasa si sono uniti i vari #stayathome #quedateencasa #jerestechezmoi #ZostanWdomu #euficoemcasa sono stata io a ricontattarli tutti.

Perché conoscevo e avevo già elaborato quella iniziale frustrazione, mista a paura, al pensiero di avere fatto una cazzata ad andare alla manifestazione in piazza l’8 marzo prima di passare a salutare la nonna, o al concerto di quel cantante imperdibile solo il weekend scorso.

Quando realizzi che anche il tuo governo ha cambiato opinione a riguardo, quando dall’inneggiare all’immunità di gregge si è passati alla terapia intensiva, quando dall’aperitivo ai Navigli al test positivo è un attimo, tutto rapidamente cambia colore.

E mentre a Brussels in tavoli virtuali di lavoro si discute (e spesso si litiga) di cassa-integrazione europea, acquisto di materiale sanitario, liquidità alle PMI, ospedali di emergenza, vaccini ed Eurobond, c’è un’altra Europa fatta di cittadini che resta a casa e condivide comuni emozioni.

E quindi ringrazio la collaborazione con il progetto Home is che mi ha dato l’opportunità di contattare e coinvolgere molti di loro.

Dal loft a Bonn, o nella villetta in campagna a Ponte de Lima, nell’appartamento condiviso a Budapest, o dalla propria famiglia a Poznan, tornati dal viaggio di nozze alle Canarie o fuggiti da un Erasmus a Marsiglia, ognuno ha condiviso un unico messaggio, ognuno nella propria lingua, ognuno col suo carico di emozioni, perché siamo distanti eppure uniti, e siamo uniti seppur diversi.

Clicca sull’immagine per visualizzare il video

Quando un libro ti chiama

Lo dico da tempo ma tutte le volte che mi capita mi stupisco come la prima volta. 

I LIBRI TI CHIAMANO.

È come se si accendesse un piccolo led nella tua libreria oppure una leggera scossa lo facesse avanzare nella mensola. Ma ad un certo punto lo noti.

È lì che ti dice: Scegli me, scegli me!

Per tre mattine distrattamente di corsa ho infilato in borsa un libro a caso perché: 

Forse è arrivato il suo momento! con Cinque inviti. [Ma non lo era neanche stavolta].

Vediamo che gli passa per la testa! con Diario di un seduttore. [Ma ricalcare con la matita le stesse frasi sottolineate 10 anni fa mi aveva annoiato presto].

Lo rileggo ché mi era piaciuto e non me lo ricordo con L’enigma dei tre omini. [Ma poi in treno avevo trovato compagnia e l’avevo rapidamente chiuso e mai riaperto].

E poi mercoledi mattina dopo colazione  ci riprovo.

Torno davanti a quello scaffale. Oscillo da sinistra a destra.
Click. Il
 led.
Tac. La scossa.

E tu? da dove spunti? penso, quando lo afferro e lo apro. Dentro ha un segnalibro della Mondadori di Corso Mazzini a Catanzaro.

…Uhm, un regalo forse? Non ha dedica. “Nick Hornby” ma dai… quello che NON ha sposato Simonetta Agnelli come credevo… vabbè, proviamo.

È così che ho cominciato Alta Fedeltà.

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Oggi sono al giorno Ventitré (per chi non si ricorda la divisione in capitoli, sono oltre la metà!).

Vivo momenti Amarcord pensando alla segreteria telefonica, al Lato B delle musicassette, ai biglietti d’auguri spediti per posta. E intanto alterno la lettura all’ascolto di una playlist su Spotify di qualcuno che mi ha anticipato e ha raccolto tutti i brani citati nel libro.
Rifletto sulle personalità amare, sulla musica che ti può cambiare l’umore e persino il carattere, sui punti di vista di una stessa storia, sulle relazioni prima dei social, sul tempo che a volte è giusto, altre volte ti fotte, a volte lo insegui, altre lo superi.

È da stamattina che tiro corto al telefono o su whatsapp perché voglio sapere come andrà a finire.

Ma fra poco dovrò uscire. Domani ho una festa di compleanno in costume.

Tema: anni 70-80-90.

È dura notare che dovrò pensare a come mi vestivo da adolescente per trovare un costume in maschera…

Bè, ecco per fortuna che mi ha chiamato  Rob e ci siamo fatti compagnia 😉

Benvenuta al mondo, Anita

La Guglielmina Shakespeare è proprio una birbona!

Direbbe così Terry commentando il finale dello spettacolo “Buon Natale, Amleto!”. Perchè quel William (che Terry leziosamente chiama Guglielmina) i sentimenti li sa mettere in scena a pieno nei suoi personaggi e lo spettatore – ma anche lo stesso attore – si ritrova dentro una scena senza capire se sia recitazione o uno spaccato di vita.

E’ proprio quello che è successo al gruppo master della scuola di teatro di Centrale dell’Arte, impegnato fino a gennaio di quest’anno a preparare lo spettacolo liberamente tratto da Nel bel mezzo di un gelido inverno.

Un gruppo affiatato, ma a tratti stanco e demotivato, intraprende questa avventura nel lontano settembre 2016, ma nonostante i buoni propositi di andare in scena in primavera, il primo anno passa senza portare a compimento la missione. E nel mentre…

…c’è chi avvia una nuova impresa lavorativa e chi si fidanza e giura amore eterno sull’altare. Chi si trova a  lottare con tutte le sue forze e a superare una battaglia davvero difficile. E chi consegue a pieni voti il meritato traguardo della laurea. C’è chi si divide tra ruolo di padre, marito e allievo e chi intraprende il suo primo lavoro da adulto.

E intanto io, la Molly della piéce, mentre distribuisco “stuoini, sacchi a pelo e stufette” allo scalmanato gruppo di attori, mi commuovo davanti ad un “110 e lode“, brindo col primo vino dell’azienda agricola appena avviata, mi riempio il cuore poggiando la mano su una pancia che batte di un nuovo cuoricino, mi incazzo – per poi scusarmi costernata – con chi, distratto e appesantito da vicende familiari a me sconosciute, si mostra a tratti poco partecipe e collaborativo…

E nel mentre si studiano i personaggi e si distribuiscono le parti.

E prende corpo Vernon, un bravissimo attore che affoga nell’alcol le sue insicurezze. E Nina, una forte giovane donna che affronta il mondo mettendo un filtro sfocato alle brutture che vuole sconfiggere. E Pfadge, un’artista geniale, tenace e generosa. E poi Henry, un bruto dal cuore tenero e paterno. Terry, un’eccentrica checca che regala al mondo un sorriso con la sua invadente ironia. E poi Tom, un professionista pignolo in attesa di sbocciare. E Joe, l’egocentrico visionario.

E infine c’è Virna, l’adolescente goffa e imbranata, frutto della forza dell’intero gruppo, che sotto sotto nasconde il miracolo che ha dato la leva per andare in scena il 30 gennaio 2018.

Virna custodisce il miracolo della vita.

Di una nuova nascita.

Di un nuovo inizio.

Grazie di cuore, piccola Anita.

 

Il pensiero positivo

Ovunque nel mondo delle soluzioni esistono“. Cit Domani – Il film

Era dai tempi del mio Erasmus in Spagna, ahimè 13 anni fa, che non mi capitava di fare un botellón.

Poco si differenzia nella forma dal “farsi una bevuta in Santo Spirito“, ma mentre ero lì, in Piazza Santa Croce, ho proprio pensato: “CAVOLO, questo è un botellón!

Perché c’erano gli spagnoli, c’era la musica, c’era la birra del pakistano e il vino comprato al supermercato, c’era la sensazione di essere tutti parte di un rito, fatto di incontro e condivisione.

Mi trovavo lì per caso, erano venuti in visita a Firenze degli amici di Torino con i quali da poco avevo vissuto l’esperienza tedesca del JobAct Summer Camp e ci eravamo dati appuntamento con altri ragazzi del gruppo.

Vi auguro una buona serata, ragazzi“: ci accoglie così un uomo di colore, africano, sulla quarantina, non il solito senegalese  con la cassetta di legno piena di accendini, cartine e braccialetti che prova ad attaccare bottone chiamandoti Miss Italia o mostrandoti come conosce bene i proverbi italiani.

No. Lui non era convenzionale: in camicia, orologio al polso, occhiali da vista in celluloide, accento francese e un tubo di braccialetti che accompagnavano il suo gesticolare piuttosto che essere l’oggetto delle sue conversazioni.

Stava parlando con altri ragazzi sulle scale della chiesa, ma quando arriviamo noi, si volta e prima di andare via ci lascia questo augurio:

A questo mondo, rispetto al passato, non ci manca niente: abbiamo un po’ di salute, un po’ di famiglia, un po’ di amici, un po’ di lavoro, un po’ di pace, un po’ di amore… solo ci manca il pensiero positivo. E per coltivarlo abbiamo bisogno di tre cose:

  1. una mente aperta
  2. un orecchio capace di ascoltare
  3. un’anima che sa comunicare.

Quindi, ragazzi, vi auguro di stimolare il vostro pensiero positivo“.

La serata è proseguita tra nuove conoscenze, chiacchiere sulla città, film, teatro, viaggi, satira… Senza rendercene conto, poco a poco la piazza si è spopolata, e noi 4 sempre lì su quei gradini, ultima sigaretta in mano o sorso di birra in bocca, non curanti del primo freddo settembrino, ma avidi di non porre fine a quella piacevole serata.

Ad un certo punto sono stata io a dire: “Bè, signori, sono le 2.30. Si va?” e solo in quel momento ci siamo accorti che eravamo rimasti gli unici in una piazza deserta. Su quei gradini. Davanti allo sguardo di Dante. Fra decine e decine di bottiglie vuote.

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Questa ovviamente non è piazza Santa Croce

Ci guardiamo intorno, in silenzio, e forse perché tutti venivamo dalla recente esperienza in terra tedesca, pensiamo: “Qui ci sono almeno 50 euro di reso. Se fossimo in Germania, la piazza sarebbe pulita e quel “promotore del pensiero positivo” potrebbe campare di questo“.

Eh sì, perché lì ad ogni concerto, festival, sagra o festa, la spazzatura viene smaltita dagli stessi esercenti che invogliano il pubblico a restituire il bicchiere o la bottiglia ricevendo indietro il costo precedentemente addebitato. Abbiamo cominciato a fantasticare su come educare i giovani a lasciare i luoghi pubblici puliti, a come farla diventare una cosa “normale” e non solo una cosa multabile; abbiamo aperto la nostra mente, ci siamo ascoltati a vicenda e abbiamo comunicato le nostre idee o esperienze.

Siamo tutti responsabili del mondo che restituiamo alle generazioni future, in termini di risorse e valori e ci sono tante buone pratiche che varrebbe la pena trasferire e adattare ad altri contesti e luoghi. E allora ho deciso di scrivere questo post per condividerne alcune, mossa dalla visione di questo film documentario, che di spunti ne offre tanti.

Per info sul film visitate la pagina facebook Domani Il film.

E voi siete pronti a sviluppare il vostro pensiero positivo?

 

#NObullyingFlashMob perchè?

Sono stata vittima di bullismo cibernetico, anche se ai miei tempi non c’erano smartphone, facebook, youtube o whatsapp.

Quando frequentavo le scuole medie, c’era la segreteria telefonica però. 

Sembra un pensiero vintage dal sapore nostalgico e quasi mi fa sorridere, ma poi riprovo quel gusto amaro al ricordo dei messaggi offensivi e minacciosi che conteneva. Erano quelli che un compagno di scuola mi lasciava tutti i pomeriggi in cui non mi trovava in casa. E penso: Adesso forse si chiamerebbe cyberstalking.

Quando avevo 15 anni, c’erano le cabine telefoniche però. 

Ricordo quando nell’estate dei miei 15 anni il telefono squillava dopo cena ed erano gli scherzi anonimi che alcune “amiche” facevano dalla cabina telefonica. Mi prendevano in giro, ridacchiavano. Stavo vivendo una delle estati più difficili della mia vita, e forse loro non lo sapevano. Ancora oggi a distanza di 20 anni mi chiedo cosa avessi fatto per meritarmi quella cattiveria. Adesso forse si chiamerebbe harassement.

Come ho fatto a superare questi dolorosi episodi?

Di sicuro il telefono fisso di casa in soggiorno e la segreteria telefonica con le cassette mi hanno salvata, perchè il mio disagio non era chiuso nel mio smartphone, ma era condiviso all’interno di mura familiari solide e presenti.

E quindi credo di avere arginato rapidamente le ferite che queste azioni mi avevano causato in primis grazie alla mia famiglia e poi grazie ai professori della scuola media che in maniera molto discreta hanno preso in mano la situazione, e infine grazie agli amici veri che mi hanno dato forza e dimostrato affetto.

Sono stata fortunata. Ho un ricordo ormai lontano di quel tempo, e ripenso a quegli avvenimenti come a momenti che mi hanno fatto crescere e rafforzato come persona, ma una parte di me sa che nella mia memoria, legati a quegli episodi, ci sono lacrime, paure, tristezza, ansia e disperazione.

Da qualche mese mi occupo di un progetto europeo sul bullismo cibernetico e il 16 marzo è stato indetto il #NObullyingFlashMob, una giornata dedicata ad una campagna social per parlare di questo problema molto attuale e per sensibilizare chi lo conosce meno, attraverso informazioni sugli strumenti per arginarlo e denunciarlo e sui pericoli che può comportare.

Io parteciperò.

Ci sarò il 16 marzo per raccontare senza vergogna la mia storia e per consigliare, a chi non ne ha la forza, di chiedere aiuto e non chiudersi. Quello che ho imparato da quella esperienza è di non cedere alla prepotenza e denunciarla sempre, per comprenderla, per superarla, per sconfiggerla. Forse il mio spirito di combattente moralizzatore e di assistente dei più deboli si è forgiato proprio come reazione a queste vicende. E ne vado fiera.

Per dire anche voi Stop al bullismo, qui trovate il link all’evento.

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3 buoni motivi per essere fieri di vivere in Toscana

Per scegliere 3 motivi che mi rendono fiera di vivere in questa regione, non mi serve pensare alle meraviglie rinascimentali di Firenze, al pecorino di Pienza e all’olio novo, a Dante o Bocaccio.

No. È ancora più facile e forse anche più gratificante.

Mi basta citare Leopoldo, Pietro Leopoldo per l’esattezza, Granduca di Toscana, ed eccoli qui:

  1. l’allora Granducato di Toscana è stato il primo Stato al mondo ad abolire formalmente la pena di morte e la tortura nel 1786;
  2. Grazie a Leopoldo, in Toscana sono nate le iniziative economiche di liberalizzazione e si è deciso lo scioglimento delle corporazioni e la costituzione delle camere di commercio;
  3. in Toscana si sono sviluppate prima che in altri territori quelle riforme che hanno dato il via ad una nuova organizzazione dei comuni accrescendone l’identità e l’autonomia;

In 3 parole:  libertà, diritti, rispetto dei diritti dell’uomo. Principi fondamentali della nostra società attuale, sui quali si è basata anche la mia crescita personale di cittadina attiva all’interno della comunità.

A questo uomo, alle sue riforme e ai valori che ne sono scaturiti, sono dedicati anche quest’anno i festeggiamenti della Festa della Toscana.

Tra le varie iniziative, Centrale dell’arte porterà in scena LEOPOLDO AL FUTURO, sabato 27 febbraio 2016 alle ore 16, presso il Circolo Andreoni – via d’Orso 8 FIRENZE – ingresso gratuito.

Descritto come un gioco teatrale e una riflessione filosofical’evento offrirà una panoramica delle riforme del periodo 1765 – 1790,  e racconterà la storia di un imperatore e di come la Toscana in quel periodo sia diventata un laboratorio sociale e politico di grande rilievo, e offrirà lo spunto per rispondere ad importanti interrogativi: Ed oggi? Cosa ci portiamo dietro quest’eredità? Quali insegnamenti per il futuro?

 

L’evento, in collaborazione con Sharing Europe, CGIL SPI Toscana, e Circolo Arci R. Andreoni, grazie ad un contributo del Consiglio Regionale, prevede gli  interventi di Marino Rosso e Teo Paoli e le azioni teatrali di Centrale dell’Arte.

Per maggiori info sull’evento, visitate il post dedicato sul sito di Centrale dell’arte.

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*Mercoledì 24 febbraio 2016 alle ore 9.15 evento riservato alle classi del liceo Michelangiolo.

 

 

Credere nelle favole fa bene

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Ho creduto a Babbo Natale per molto tempo, credo fino agli 8-9 anni, o forse più..

Ci ho creduto anche quando i cugini più grandi, per dispetto, mi dicevano che non esisteva, e anche quando a mostrare dei dubbi era la cuginetta più piccola.

Ci ho creduto nonostante avessi visto la casa degli animali nel bagagliaio della Citroën LN di mia madre e lei, arrossendo, avesse farfugliato una risposta poco convincente riguardo ad un regalo di compleanno per la figlia di un’amica. E quando sotto l’albero il mio regalo era stato proprio quella casa degli animali, con annessa la famiglia dei pulcini, ho cancellato qualsiasi dubbio senza esitazione.

Ci ho creduto persino quando entrando di corsa nella stanza in fondo al corridoio avevo beccato mia zia mentre stirava quell’inconfondibile vestito rosso. E quando quell’anno Babbo Natale era arrivato, avrei giurato che sul divano c’era anche mio nonno.

Ci ho creduto.

Ci ho voluto credere.

E poi quando, loro malgrado, i miei genitori mi hanno dovuto confessare la verità – chissà forse perché la situazione stava diventando imbarazzante – non riuscivo davvero a trovare il senso di tutta quella pantomima.

E’ stato il mio primo confronto con la dura realtà, con il mondo vero, quello degli adulti.

Poi crescendo la vita mi ha fatto crollare tante altre dolci illusioni:

  • che i miei nonni sarebbero vissuti in eterno,
  • che Federica sarebbe stata la mia migliore amica per sempre,
  • che avrei vissuto sempre nella casa con la stanza dei giochi,
  • che il primo amore sarebbe stato eterno,
  • che mamma e papà non sarebbero invecchiati mai,
  • che se avessi fatto la brava sarei stata premiata,
  • che se avessi detto le bugie mi si sarebbe allungato il naso…

Dopo quasi 20 anni dalla prima disillusione, tante ne sono seguite, ma a pensarci bene, tra crederci e non crederci, io ancora adesso scelgo di crederci.

Perché anche se tutte le volte che mi crolla un’illusione mi ripeto: “La prossima volta non ci casco”, la forza che una nuova illusione muove è talmente magica e dirompente che vale la pena darle gas.

E se credere ad una favola, mi fa sorridere, piantare fiori, dipingere muri, sorprendere e vivere come una principessa, mentre la fine di una favola devasta tutto, portando l’aridità e il buio del rancore e della delusione, dovrò semplicemente metterci ancora più profumi, colori, luce e magia affinché sopravvivano al colpo.

Perché nel frattempo quello che sto decorando, respirando e assaporando è il mio “visse felice e contenta“.

THE END