Welcome to Stagecraft for youth workers

Ad accoglierci all’arrivo a Sluňákov – il Centro per attività ecologiche di Olomouc –  ci sono 4 facce sorridenti, un gatto ammazza-topi, una neonata mamma-munita e un grande cartello con le prime istruzioni.

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Stagecraft for youth workers è il corso di formazione Erasmus Plus per il quale ci troviamo in Repubblica Ceca dal 3 al 10 agosto e mai titolo fu più azzeccato! Perché -come nel suo significato più tecnico- ha un ricco programma che comprende tutti gli elementi tipici delle produzioni teatrali:

  1. La costruzione e il montaggio di scenari. E infatti creiamo location per quiz culturali all’aperto, allestiamo la sala per meeting di riflessione, vestiamo i panni del Disturbatore che sta sempre al cellulare e gestiamo le resistenze dell’Esperto che sa già come bisogna fare;
  2. La progettazione e l’approvvigionamento di strumenti di scena. E infatti  inventiamo pennarelli magici, disponiamo le sedie in mille modi diversi, usiamo palline per prendere parola e nomi di animali per lavorare in gruppo e familiarizziamo persino con un castoro e con Michael, il partecipante immaginario!

Il tutto miscelato di suoni, odori, colori e tante lingue e accenti diversi.

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E proprio come per le più grandi produzioni di Broadway, lo stagecraft di questo corso è gestito da 4 formidabili trainer  multidisciplinari che hanno saputo combinare elementi di comunicazione avanzata, facilitazione e public speaking unendo teatro, stand-up comedy, sociologia, musica e creatività… senza lasciare niente al caso.

L’Intercultural cookie festival (attività ricreativa da svolgere durante il coffee break) diventa un’attività di team building e creatività che spazia dal karaoke di gruppo sul testo di una canzone irlandese alla lectio magistralis sul termine SAUDADE.

La dinner card è inizialmente un supporto per ricordare il nome delle persone che siedono al tuo fianco durante il pranzo, poi diventa un segnaposto per sedersi al tavolo con sempre nuovi commensali e infine si trasforma nella bacheca personale di messaggi lasciati dai compagni di viaggio.

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E poi c’è lo humor. E la grande riflessione sul suo uso nell’educazione non formale coi ragazzi:

Humor is bad because…Humor is good because…

E 10 di noi ci provano a vedere se funziona. Se si riesce a far ridere un pubblico internazionale usando l’auto-ironia e trattando temi forti senza filtri.

  • Ci prova  Samen, single musulmana, di origine pakistana che vive nella Londra post-Brexit e che deve gestire, a qualsiasi riunione di famiglia, la solita zia pettegola e inopportuna che le domanda: “ma quando te lo trovi un fidanzato? Tu viaggi troppo!” – come se fosse l’esperta di coppia lei… che si è sposata a 13 anni?!
  • Si racconta Pedro, faccia da nerd buono che odia poche cose nella vita: 1. i limoni, 2. il cursore del mouse al centro dello schermo mentre guarda un film su netflix e 3. gli analfabeti digitali che gli sottopongono ogni giorno quesiti informatici banali che… basta andare su google per trovare la risposta!
  • Lo fa Emma descrivendo i pro e i contro della sua altezza… quando la scambiano per minorenne non accompagnata all’aeroporto e davanti al suo passaporto chiamano l’antiterrorismo!
  • Si mette in gioco Irene a raccontare quanto sia difficile il ruolo di chi – da insegnante di scuola elementare- ha il potere di distruggere la vita di innumerevoli bambini!

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E alla fine funziona!

Perché c’è un pubblico dall’altra parte che è pronto e aperto all’apprendimento. Che sta imparando come supportare chi si è messo in gioco scrivendo un monologo di Stand-up Comedy in un paio d’ore. Che si sta mettendo nei panni di chi non maneggia la lingua inglese per comprare un biglietto del treno, figuriamoci per stare su un palco. Che sta studiando come contribuire – da spettatore- alla buona riuscita della serata.

E lo fa prendendosi cura dell’allestimento del palco, rifornendo i camerini di bevande e snack, battendo le mani, rispondendo in coro alle sollecitazioni degli artisti, ma soprattutto…

…imparando a ridere ogni 6/10 secondi!

Leggi pure Training all’estero? Che magnifica esperienza!

 

 

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Quando un libro ti chiama

Lo dico da tempo ma tutte le volte che mi capita mi stupisco come la prima volta. 

I LIBRI TI CHIAMANO.

È come se si accendesse un piccolo led nella tua libreria oppure una leggera scossa lo facesse avanzare nella mensola. Ma ad un certo punto lo noti.

È lì che ti dice: Scegli me, scegli me!

Per tre mattine distrattamente di corsa ho infilato in borsa un libro a caso perché: 

Forse è arrivato il suo momento! con Cinque inviti. [Ma non lo era neanche stavolta].

Vediamo che gli passa per la testa! con Diario di un seduttore. [Ma ricalcare con la matita le stesse frasi sottolineate 10 anni fa mi aveva annoiato presto].

Lo rileggo ché mi era piaciuto e non me lo ricordo con L’enigma dei tre omini. [Ma poi in treno avevo trovato compagnia e l’avevo rapidamente chiuso e mai riaperto].

E poi mercoledi mattina dopo colazione  ci riprovo.

Torno davanti a quello scaffale. Oscillo da sinistra a destra.
Click. Il
 led.
Tac. La scossa.

E tu? da dove spunti? penso, quando lo afferro e lo apro. Dentro ha un segnalibro della Mondadori di Corso Mazzini a Catanzaro.

…Uhm, un regalo forse? Non ha dedica. “Nick Hornby” ma dai… quello che NON ha sposato Simonetta Agnelli come credevo… vabbè, proviamo.

È così che ho cominciato Alta Fedeltà.

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Oggi sono al giorno Ventitré (per chi non si ricorda la divisione in capitoli, sono oltre la metà!).

Vivo momenti Amarcord pensando alla segreteria telefonica, al Lato B delle musicassette, ai biglietti d’auguri spediti per posta. E intanto alterno la lettura all’ascolto di una playlist su Spotify di qualcuno che mi ha anticipato e ha raccolto tutti i brani citati nel libro.
Rifletto sulle personalità amare, sulla musica che ti può cambiare l’umore e persino il carattere, sui punti di vista di una stessa storia, sulle relazioni prima dei social, sul tempo che a volte è giusto, altre volte ti fotte, a volte lo insegui, altre lo superi.

È da stamattina che tiro corto al telefono o su whatsapp perché voglio sapere come andrà a finire.

Ma fra poco dovrò uscire. Domani ho una festa di compleanno in costume.

Tema: anni 70-80-90.

È dura notare che dovrò pensare a come mi vestivo da adolescente per trovare un costume in maschera…

Bè, ecco per fortuna che mi ha chiamato  Rob e ci siamo fatti compagnia 😉

Raccontarsi per conoscersi

Promise me you’ll always remember: you’re braver than you believe, and stronger than you seem, and smarter than you think.”― Winnie the Pooh

A maggio sono stata a Budapest per un corso di formazione dal titolo “Set your story free“, basato sulla condivisione di storie di vita raccontate direttamente dai partecipanti e dai trainer utilizzando diversi metodi di storytelling.

Sii vulnerabile per diventare coraggioso!“: credo che questa sia la più importante lezione appresa dopo 6 intensi giorni a stretto contatto con quasi 30 persone di tutte le età, provenienti dai più disparati paesi d’Europa e con background meravigliosamente variegati.

Per 6 giorni presso lo Youth Centre del Consiglio d’Europa abbiamo ascoltato, raccontato, imparato ed esplorato vari modi di raccontare storie, coordinati da quattro trainer e supportati da strumenti di lavoro per il cuore, l’anima e il corpo. Inizialmente come estranei, ogni giorno ci siamo riuniti in gruppi più piccoli, non solo per studiare e condividere esperienze, ma per aprirci e provare a capire attraverso nuovi strumenti (il disegno, l’ascolto attivo, il teatro, la mappa della vita, il viaggio dell’eroe, etc.) cosa ci avesse portato in Ungheria.

Abbiamo danzato ad occhi chiusi, disegnato il nostro percorso, abbiamo creato la pioggia, abbiamo mostrato un oggetto e ci siamo descritti attraverso di esso, abbiamo imparato ad osservarci e ascoltarci con tutti i sensi e a raccogliere storie di luoghi, organizzazioni, persone.

Ognuno di noi era una storia. Quella di un’infanzia segnata dalla deportazione. Di una felicità accolta a braccia aperte. Di un lavoro difficile. Della fine di un amore. Di un lutto di un caro. Di un figlio in arrivo.

Piangere, ridere, fare le smorfie, urlare numeri, travestirsi o ideare scenografie di Haka: tutto era concesso se poteva servire ad aprirci, mettere al centro le proprie vulnerabilità, sciogliere i nodi per poter tornare a casa con un bagaglio alleggerito dalle resistenze, ma pieno di tesori.

Nel mio viaggio di ritorno il mio bagaglio a mano era diverso. Conteneva: una mappa dell’Europa con 30 nomi segnati su altrettanti luoghi, un libricino della Turchia, un frutto condiviso, il calore della sauna, un sacchetto di paprika, le lacrime di gioia di chi lavora presso Bator Tabor, un’idea di mappe costruite su storie che si incrociano e prendono direzioni diverse per poi ritrovarsi chissà dove, un invito a Cipro, un ringraziamento speciale, mille abbracci… e quella forza di raccogliere ancora storie, conoscere, ascoltare, aprirsi, raccontare… per non avere paura… per arricchirsi.

Grazie ai trainer, grazie a tutti i compagni di questo viaggio, grazie all’Agenzia Nazionale Ungherese – Tempus Public Foundation, grazie a Erasmus +, grazie Europa!

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