#NObullyingFlashMob perchè?

Sono stata vittima di bullismo cibernetico, anche se ai miei tempi non c’erano smartphone, facebook, youtube o whatsapp.

Quando frequentavo le scuole medie, c’era la segreteria telefonica però. 

Sembra un pensiero vintage dal sapore nostalgico e quasi mi fa sorridere, ma poi riprovo quel gusto amaro al ricordo dei messaggi offensivi e minacciosi che conteneva. Erano quelli che un compagno di scuola mi lasciava tutti i pomeriggi in cui non mi trovava in casa. E penso: Adesso forse si chiamerebbe cyberstalking.

Quando avevo 15 anni, c’erano le cabine telefoniche però. 

Ricordo quando nell’estate dei miei 15 anni il telefono squillava dopo cena ed erano gli scherzi anonimi che alcune “amiche” facevano dalla cabina telefonica. Mi prendevano in giro, ridacchiavano. Stavo vivendo una delle estati più difficili della mia vita, e forse loro non lo sapevano. Ancora oggi a distanza di 20 anni mi chiedo cosa avessi fatto per meritarmi quella cattiveria. Adesso forse si chiamerebbe harassement.

Come ho fatto a superare questi dolorosi episodi?

Di sicuro il telefono fisso di casa in soggiorno e la segreteria telefonica con le cassette mi hanno salvata, perchè il mio disagio non era chiuso nel mio smartphone, ma era condiviso all’interno di mura familiari solide e presenti.

E quindi credo di avere arginato rapidamente le ferite che queste azioni mi avevano causato in primis grazie alla mia famiglia e poi grazie ai professori della scuola media che in maniera molto discreta hanno preso in mano la situazione, e infine grazie agli amici veri che mi hanno dato forza e dimostrato affetto.

Sono stata fortunata. Ho un ricordo ormai lontano di quel tempo, e ripenso a quegli avvenimenti come a momenti che mi hanno fatto crescere e rafforzato come persona, ma una parte di me sa che nella mia memoria, legati a quegli episodi, ci sono lacrime, paure, tristezza, ansia e disperazione.

Da qualche mese mi occupo di un progetto europeo sul bullismo cibernetico e il 16 marzo è stato indetto il #NObullyingFlashMob, una giornata dedicata ad una campagna social per parlare di questo problema molto attuale e per sensibilizare chi lo conosce meno, attraverso informazioni sugli strumenti per arginarlo e denunciarlo e sui pericoli che può comportare.

Io parteciperò.

Ci sarò il 16 marzo per raccontare senza vergogna la mia storia e per consigliare, a chi non ne ha la forza, di chiedere aiuto e non chiudersi. Quello che ho imparato da quella esperienza è di non cedere alla prepotenza e denunciarla sempre, per comprenderla, per superarla, per sconfiggerla. Forse il mio spirito di combattente moralizzatore e di assistente dei più deboli si è forgiato proprio come reazione a queste vicende. E ne vado fiera.

Per dire anche voi Stop al bullismo, qui trovate il link all’evento.

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Credere nelle favole fa bene

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Ho creduto a Babbo Natale per molto tempo, credo fino agli 8-9 anni, o forse più..

Ci ho creduto anche quando i cugini più grandi, per dispetto, mi dicevano che non esisteva, e anche quando a mostrare dei dubbi era la cuginetta più piccola.

Ci ho creduto nonostante avessi visto la casa degli animali nel bagagliaio della Citroën LN di mia madre e lei, arrossendo, avesse farfugliato una risposta poco convincente riguardo ad un regalo di compleanno per la figlia di un’amica. E quando sotto l’albero il mio regalo era stato proprio quella casa degli animali, con annessa la famiglia dei pulcini, ho cancellato qualsiasi dubbio senza esitazione.

Ci ho creduto persino quando entrando di corsa nella stanza in fondo al corridoio avevo beccato mia zia mentre stirava quell’inconfondibile vestito rosso. E quando quell’anno Babbo Natale era arrivato, avrei giurato che sul divano c’era anche mio nonno.

Ci ho creduto.

Ci ho voluto credere.

E poi quando, loro malgrado, i miei genitori mi hanno dovuto confessare la verità – chissà forse perché la situazione stava diventando imbarazzante – non riuscivo davvero a trovare il senso di tutta quella pantomima.

E’ stato il mio primo confronto con la dura realtà, con il mondo vero, quello degli adulti.

Poi crescendo la vita mi ha fatto crollare tante altre dolci illusioni:

  • che i miei nonni sarebbero vissuti in eterno,
  • che Federica sarebbe stata la mia migliore amica per sempre,
  • che avrei vissuto sempre nella casa con la stanza dei giochi,
  • che il primo amore sarebbe stato eterno,
  • che mamma e papà non sarebbero invecchiati mai,
  • che se avessi fatto la brava sarei stata premiata,
  • che se avessi detto le bugie mi si sarebbe allungato il naso…

Dopo quasi 20 anni dalla prima disillusione, tante ne sono seguite, ma a pensarci bene, tra crederci e non crederci, io ancora adesso scelgo di crederci.

Perché anche se tutte le volte che mi crolla un’illusione mi ripeto: “La prossima volta non ci casco”, la forza che una nuova illusione muove è talmente magica e dirompente che vale la pena darle gas.

E se credere ad una favola, mi fa sorridere, piantare fiori, dipingere muri, sorprendere e vivere come una principessa, mentre la fine di una favola devasta tutto, portando l’aridità e il buio del rancore e della delusione, dovrò semplicemente metterci ancora più profumi, colori, luce e magia affinché sopravvivano al colpo.

Perché nel frattempo quello che sto decorando, respirando e assaporando è il mio “visse felice e contenta“.

THE END

 

Che forma ha il nostro habitat?

Sarà che si avvicina la fine dell’anno, del contratto, dell’abbonamento in palestra, etc. ed eccomi a ragionare un’altra volta su un tema noto a molti: il cambiamento.

Siamo una generazione di precari: a progetto nel lavoro, instabili in amore, volatili negli interessi, ballerini nelle relazioni…

Eppure siamo nati CHIOCCIOLA.nature-750344_640

Il nostro mondo era fatto di semplici elementi di base:

  • LA FAMIGLIA: Siamo stati educati credendo nel valore della famiglia, nel rispetto degli adulti, nell’amore incondizionato verso tutto il parentado fino all’ottava generazione.
  • L’ISTRUZIONE: Abbiamo studiato Orazio, Kant, Virgilio, il Teorema di Pitagora, l’analisi logica e del periodo, senza cercare escamotage o scorciatoie, al massimo festeggiando al ritrovamento sul Rocci di una mezza frase già tradotta della versione di greco.
  • LA CARRIERA: Siamo andati avanti credendo che si poteva aspirare ad una carriera superiore di quella dei nostri genitori alla nostra età, consapevoli del sacrificio che avevano fatto per darci l’opportunità di studiare.
  • LE RELAZIONI: Siamo cresciuti tra scout, catechismo, amici del mare, pizza il sabato sera coi compagni di classe, coprifuoco a mezzanotte e piccole conquiste sofferte come il motorino a 15 anni o la macchina la sera per uscire con gli amici.
  • L’AMORE: Ci vedevamo al fianco dell’uomo o della donna della nostra vita (e per tutta la vita!!) già prima dei 30 anni, nella casa del Mulino bianco con 2 pargoli a fare colazione con le macine in cucina.

Cosa è cambiato da allora? Cosa è successo?

  • LA FAMIGLIA E L’ISTRUZIONE: si sono diffusi gli studenti fuori sede, che da studenti diventano lavoratori. A questo si è aggiunto l’erasmus, l’esigenza di imparare le lingue, di fare il master post laurea o un’esperienza lavorativa all’estero. E così ci siamo trovati a 600, 800, 1000, 10.000 km di distanza dal nostro primo nido.
  • LE RELAZIONI: Sono nati i voli low cost, il couch-surfing, blablacar e prima ancora gli interRail. Abbiamo amici in Spagna, Olanda, Australia e Stati Uniti. E i nostri compagni delle elementari li sentiamo via whatsapp, Skype, o Facebook.
  • L’AMORE: aspettiamo una persona complice con la quale davvero accompagnarsi nella vita, siamo realisti e temiamo non si possa “campare d’amore” e il nostro angolo cottura nella cucina-ingresso del nostro bilocale non è adatto per seggioloni e biberon.

Ma allora? Abbiamo perso la nostra conchiglia? Abbiamo rinnegato valori, tradizioni d’origine e cultura?

Non credo.

Penso piuttosto che dal concentrato, circolare e chiuso micro-mondo della nostra “casa d’origine”, grazie al progresso, al cambiamento dei tempi, all’innovazione, abbiamo costruito ponti enormi, spalancato finestre su nuovi orizzonti, creato connessioni salde che poggiano su una trama fitta e resistente fatta di interculturalità, emancipazione, conoscenza, scoperta.

Da lenta chiocciola che in una conchiglia mette tutta la propria vita per portarsela dietro nei brevi spostamenti, siamo diventati RAGNO che viaggia leggero e si muove veloce su lunghi fili che si infittiscono, si intrecciano, mutano ad ogni nuova impresa.

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E a volte il ricordo di quel mondo stretto e chiuso ci fa soffocare, ma ci fa anche provare quella nostalgia buona di un tempo che non c’è più.

E altre volte quel senso di sospensione ci fa paura, ma è proprio quello che ci fa correre più veloce.

Rinascere ogni giorno

hourglass-620397_1280Le fasi della vita “modello standard” le spiega bene Brunori Sas nella sua “Le quattro volte“:

  1. arrivare alla quinta elementare
  2. prendermi sto diploma
  3. arrivare alla fine del mese
  4. programmare le ferie
  5. prendere una moglie
  6. essere un buon padre
  7. forse prendere la pensione

E nel mezzo capodanni, funerali, prime comunioni…

Ma funziona davvero così anche adesso?

Mi guardo attorno e mi sembra che l’ordine di questa sequenza non rispecchi più le nostre vite e anzi vedo:

  • lauree conseguite a 40 anni,
  • nuove carriere intraprese a 50,
  • figli senza matrimonio,
  • convivenze da universitari,
  • matrimonio n. 1 seguito da matrimonio n.2,
  • coppie a distanza,
  • genitori precari,
  • richieste di divorzio a 70 anni.

Mi sembra come se quella lista di risultati possa essere un gioco di somme nel quale è ammesso cambiare l’ordine degli addendi, e anzi si possa ometterne qualcuno o duplicarne qualcun altro, senza che il risultato cambi.

Forse ormai mi sono talmente abituata che, in tutta sincerità, la cosa non mi dispiace.

Con riferimento in particolare alla sequenza fidanzamento/matrimonio/figlio o diploma/laurea/lavoro-stabile, sempre più credo che, a furia di inseguire quel modello standard che mal si incastra nei ritmi della vita attuale, si finisce col creare dentro di noi insoddisfazione e panico.

Accettare invece forme creative di questo modello ci potrebbe rendere più realisti e più consapevoli.

Siamo pronti ad affrontare un modello nuovo?

CASO N. 1 Persona che torna single dopo 10 anni.

Sono sicura che possiamo facilmente metterci in questi panni. Ed ecco che anche noi, dopo la prima fase di smarrimento e depressione, cominceremmo a sperimentare forme creative di superamento del problema:

  • corsi di salsa/zumba/spinning/danza afro/fotografia,
  • serate tra le più trendy in città,
  • viaggi nelle località più esotiche o gite fuori porta la domenica,
  • abbigliamento più ricercato, taglio all’ultima moda o crescita esponenziale della barba (per i maschi ovviamente!)
  • uscite per locali agli orari più insoliti.

Tutto questo accompagnato da nuove forme di apertura ed emancipazione che tutto sommato non faranno che arricchire la nostra persona:

  • imparare – nostro malgrado – a stirare,
  • scoprire la funzione della ceretta depilatoria (per le femmine… o forse anche per i maschi!),
  • cominciare con una corsetta settimanale e qualche esercizio per riprendere la forma ottimale,
  • provare piacere a leggere, e persino sottolineare, qualche frase dell’ABC del gentiluomo/donna interessante,
  • assaggiare qualche piatto della cucina thailandese pur essendo da sempre fanatici della cucina di mammà,
  • ammettere che la domenica c’è di meglio da fare che guardare il calcio in TV o una stagione intera della nostra serie preferita.

CASO N. 2 Persona insoddisfatta della propria attività lavorativa (precaria, sottopagata, altalenante, etc.)

Immagino che possiamo rivederci in molti in questa condizione passata o presente:

  • chi ha accettato l’ennesimo stage,
  • chi si è iscritto all’ennesimo corso FSE in Management del interior gardening design o in Social strategy delle International relations (che tradotto è: Come coltivare i pomodori sul balcone e Come mantenere una relazione a distanza dopo l’Erasmus),
  • chi passa dalle cooperative sociali alle agenzie interinali, dai co.co.pro. ai contratti stagionali, dall’apprendistato alla partita IVA…

Tutti figli della crisi.

In parte viziati da una classe di genitori che ci ha cresciuto concedendoci quei lussi che a loro erano mancati, in parte vittime di un incastro inceppato tra domanda e offerta dell’ordine universale.

Ma di sicuro dotati di una forza superiore, capaci di reinventarci davanti all’ennesima delusione, di fronte all’ennesimo stage che non diventa lavoro, o contratto che non viene rinnovato, o determinato che non passa a indeterminato.

Capaci di entusiasmarci per un’impresa nuova, disposti a tentare un investimento azzardato, impegnati a fare rete per mettere insieme le risorse necessarie; pronti ad andare in Australia, in Germania, a Dubai o Pechino.

Bene. O Male. (Dipende da come interpretiamo il mezzo bicchiere).

La sentite l’energia e la forza di tutto questo? La totale libertà che può guidare le nostre scelte? “Stasera cinema o pub?”, “corso di portoghese o cinese?”, “capelli corti o lunghi?”, “barba o baffi?”, “running martedì o giovedì? “, “Mando affanculo il capo che mi sfrutta o aspetto la prossima settimana che mi paga il rimborso spese?“… La sentite la viva creatività che ci stimola e ci aiuta a reinventarci ogni giorno?

Ecco.

Allora, quando poi finalmente avremo incontrato una donna/uomo per la vita, quando ci faranno – per grazia di Dio – il tanto atteso contratto a tempo indeterminato,  quando avremo trovato la pace e la realizzazione, non alimentiamo l’emancipazione regredente, please!

Anzi,

  • portiamo i tacchi a lavoro almeno ogni tanto o abbiniamo i calzini alla cravatta se questo ci fa stare allegri,
  • teniamoci in forma con lo yoga mattutino o continuiamo il corso tanto stimolante di spinning,
  • facciamo un aperitivo con le amiche o andiamo a prendere una birra con gli amici il venerdì sera,
  • soddisfiamo il piacere di dare il massimo davanti al nostro capo,
  • alimentiamo la passione con la quale eravamo soliti svolgere i nostri compiti,
  • versiamo l’acqua alla nostra compagna durante la cena (e prepariamola anche noi ogni tanto!!!),
  • teniamo a mente le istruzioni su come cambiare una lampadina, fare benzina al self-service e montare un mobile Ikea anche se ora nella nostra vita c’è un’altra persona addetta a questo,
  • indossiamo sempre un bel pigiama per andare a dormire,
  • manteniamo quella follia che ci fa fare le 4 di notte di mercoledì,
  • organizziamo un viaggio appena possiamo,
  • facciamo foto delle cose belle che vediamo per strada,
  • portiamo nuove idee in ufficio,
  • condividiamo le nostre conoscenze coi colleghi,
  • valutiamo periodicamente la nostra condotta di vita.

Ecco, insomma… Rigiriamo la clessidra e concediamoci un altro giro.

Non smettiamo di rinascere!

Lo dice anche Dario.

“…si può nascere un’altra volta
poi rinascere
ancora un’altra volta se ti va.”

I nostri limiti

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Proprio ieri ero a fare trekking lungo un fiume con degli amici. Lo ammetto: non sono proprio Jane della Giungla in queste occasioni, ma come in tutte le situazioni che non mi vedono molto pratica, all’inizio del percorso la mia mente ha cominciato a creare limiti:

  • Mettere il piede solo sulle pietre che abbiano almeno una parte non immersa nell’acqua, per non bagnare le scarpe;
  • Passare solo dalla via che abbia degli alberi sui quali appendersi per avere presa;
  • In discesa, ridurre la velocità se ci sono parti fangose e scivolose;
  • In salita fare due prove con la scarpa per sincerarsi che il terreno regga il peso.

Ad ogni bivio, ad ogni scelta tra percorso CAI, guado del fiume, ponticello, etc. la mia testa calcolava limiti, velocità, tempi.

Poi l’acquazzone improvviso (si, ok, quest’estate ci siamo abituati, ma meteo.it ieri ha proprio scazzato!?!).

Una pioggia talmente forte e fitta che anche al riparo sotto gli alberi sembrava di essere presi a secchiate.

A quel punto la fuga: una corsa sfrenata per ritornare alla macchina.

Niente più limiti.

Ho corso tra le pozzanghere, immerso le scarpe nel fiume, gattonato fra gli alberi, senza badare a rovi, spine, insetti e fango. Sono arrivata alla macchina completamente fradicia, ma istericamente felice, con un’adrenalina che mi è rimasta in corpo per tutta la sera. E la prima domanda che mi sono fatta è stata: ma perché non ho tenuto lo stesso passo anche all’inizio dell’avventura?

Lo facciamo tutti i giorni in mille situazioni diverse.

  • “Non più di 5 biscotti a colazione”;
  • “Appena supero il record di 250.000 punti, spengo la Play Station”;
  • “Fumo questa e poi basta”;
  • “Un uomo può avere al massimo 5 anni più di me”;
  • “Mi deve chiamare almeno 3 volte, invitare ad uscire almeno 2 volte e gli devo dare buca almeno una volta, prima di accettare un invito a cena a casa sua”.

I nostri limiti sono le nostre sicurezze.

A volte ce li creiamo da soli perché muoverci attorno a dei confini ci dà parvenza di ordine e rigore.

  • Se prendiamo dalla scatola solo 5 biscotti, ci sembra di darci un controllo;
  • Se ci diamo un record da superare, ci sentiamo giustificati a giocare 5 ore ad un videogioco;
  • Se il nostro lui è grandino o non ci sembra troppo interessato ad una relazione stabile, creiamo dei traguardi e degli step fissi per non rischiare di perdere la testa.

Ma quando per fattori esterni ci troviamo ad oltrepassarli, quando ci sentiamo giustificati ad infrangerli, il senso di libertà può essere rigenerante, il nuovo orizzonte può sembrarci talmente ampio da darci una sensazione di potere e forza.

Le nostre insicurezze sono i nostri limiti.

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La cicogna in tempo di crisi

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È agosto e sono in ferie: due settimane nella spiaggia di sempre…

dove i miei genitori villeggiano da quando ancora allattavo e avevo il pannolino,

dove ho imparato a nuotare a 5 anni, ho fatto il primo falò di San Lorenzo o i primi tornei di beach volley,

dove continuo a tornare tutte le estati ormai da 32 anni…

E in quei pomeriggi pigri, quando quella spiaggia si spopola e me ne sto a fissare il mare e la mia testa inizia a pensare senza guida, ecco che vengono fuori le prime riflessioni:

  1. Ho l’età di quando i miei genitori avevano comprato casa e, giovane coppia con due figlie, avevano popolato questo villaggio assieme a tanti loro coetanei nelle stesse condizioni.
  2. A quei tempi loro si sentivano realizzati: con il lavoro più o meno sicuro, gli straordinari e qualche sacrificio, avevano garantito ai loro figli 3 mesi di vacanze al mare!

Poi mi guardo attorno e noto, sotto gli ombrelloni chiusi, braccioli e ciambelle, palette e secchielli. Una lampadina nel mio cervello si accende e mi ritorna in mente che ho visto in pineta decine di passeggini parcheggiati. E poi ripenso a quante scommesse sul bagnasciuga ho sentito circa il giorno in cui avrebbe partorito la vicina alla quale stava per scadere il periodo…

Si, proprio così! Questo villaggio si sta ripopolando.

Una nuova generazione di pupi sta prendendo piede.

Il parco-giochi arrugginito degli anni 80 è stato sostituito dai moderni giochi all’aperto. Le serate in discoteca fino all’alba sono state rimpiazzate da sveglie di pianto di bambino e mare dalle 8.30 alle 11.30.

OK! NO PANIC! Sto semplicemente crescendo!

Ma poi mi chiedo:

  • Come si fa a fare un figlio da precari? O persino da disoccupati in affitto?
  • Come si fa a fare un figlio quando è da anni che ci stiamo malvolentieri abituando a rinunciare a vizi e privilegi?
  • Come si fa a fare un figlio quando anche i nonni – grande supporto per la vita di un nipote – sono lontani?

E poi penso: che non sia forse proprio questo il momento giusto?!

  • Al diavolo la pesantezza delle notizie del TG!
  • Al diavolo i dati sulla ripresa economica!
  • Al diavolo il co.co.pro. e il tempo determinato senza rinnovo!
  • Al diavolo la guerra in Egitto o in Siria e i cambiamenti climatici!

Che non sia più beato chi stacca la spina e per un po’ pensa a poppa, popò, ruttino e rigurgitino!?

Per ora mi accontento di un’estate a far la zia part-time e chiacchierare di epidurali e svezzamenti…

E voi che ne pensate?

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È un’assenza presente…

È una assenza presente quella che provi quando realizzi che qualcosa è cambiato,

quando un treno lascia la stazione,

quando al mattino spegni la sveglia del cellulare e non c’è quel messaggio del buongiorno a farti sorridere,

quando inciampi per sbaglio in un giochino lasciato in disordine ed il suo suono ti fa sussultare,

quando le porte di una metro si chiudono troppo in fretta,

quando  passi per quella via e non c’è più quella macchina parcheggiata,

quando apri il frigo ed è rimasto un vasetto di yogurt alla pesca,

quando ti svegli e non c’é più quel quadro appeso alla parete di fronte al letto,

quando ritrovi un biglietto dell’aereo tra le pagine di un libro,

quando una canzone in un vecchio CD ti fa venire voglia di cantare a squarciagola nella macchina che va,

quando riscopri una foto che avevi scordato…

È presente, ma è assente…

è una presenza assente…