Raccontarsi per conoscersi

Promise me you’ll always remember: you’re braver than you believe, and stronger than you seem, and smarter than you think.”― Winnie the Pooh

A maggio sono stata a Budapest per un corso di formazione dal titolo “Set your story free“, basato sulla condivisione di storie di vita raccontate direttamente dai partecipanti e dai trainer utilizzando diversi metodi di storytelling.

Sii vulnerabile per diventare coraggioso!“: credo che questa sia la più importante lezione appresa dopo 6 intensi giorni a stretto contatto con quasi 30 persone di tutte le età, provenienti dai più disparati paesi d’Europa e con background meravigliosamente variegati.

Per 6 giorni presso lo Youth Centre del Consiglio d’Europa abbiamo ascoltato, raccontato, imparato ed esplorato vari modi di raccontare storie, coordinati da quattro trainer e supportati da strumenti di lavoro per il cuore, l’anima e il corpo. Inizialmente come estranei, ogni giorno ci siamo riuniti in gruppi più piccoli, non solo per studiare e condividere esperienze, ma per aprirci e provare a capire attraverso nuovi strumenti (il disegno, l’ascolto attivo, il teatro, la mappa della vita, il viaggio dell’eroe, etc.) cosa ci avesse portato in Ungheria.

Abbiamo danzato ad occhi chiusi, disegnato il nostro percorso, abbiamo creato la pioggia, abbiamo mostrato un oggetto e ci siamo descritti attraverso di esso, abbiamo imparato ad osservarci e ascoltarci con tutti i sensi e a raccogliere storie di luoghi, organizzazioni, persone.

Ognuno di noi era una storia. Quella di un’infanzia segnata dalla deportazione. Di una felicità accolta a braccia aperte. Di un lavoro difficile. Della fine di un amore. Di un lutto di un caro. Di un figlio in arrivo.

Piangere, ridere, fare le smorfie, urlare numeri, travestirsi o ideare scenografie di Haka: tutto era concesso se poteva servire ad aprirci, mettere al centro le proprie vulnerabilità, sciogliere i nodi per poter tornare a casa con un bagaglio alleggerito dalle resistenze, ma pieno di tesori.

Nel mio viaggio di ritorno il mio bagaglio a mano era diverso. Conteneva: una mappa dell’Europa con 30 nomi segnati su altrettanti luoghi, un libricino della Turchia, un frutto condiviso, il calore della sauna, un sacchetto di paprika, le lacrime di gioia di chi lavora presso Bator Tabor, un’idea di mappe costruite su storie che si incrociano e prendono direzioni diverse per poi ritrovarsi chissà dove, un invito a Cipro, un ringraziamento speciale, mille abbracci… e quella forza di raccogliere ancora storie, conoscere, ascoltare, aprirsi, raccontare… per non avere paura… per arricchirsi.

Grazie ai trainer, grazie a tutti i compagni di questo viaggio, grazie all’Agenzia Nazionale Ungherese – Tempus Public Foundation, grazie a Erasmus +, grazie Europa!

ALTRE FOTO QUI.

Cara SIAE ti scrivo

Cara SIAE,

ti scrivo perchè da qualche mese stai proponendo tanti incontri in giro per l’Italia con l’hashtag #dialogandoconSIAE, e ho pensato che ti potesse interessare la mia storia.

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Ho da poco scoperto che ti sei data ai servizi online e mi è sembrata una bella notizia, degna dell’era del “web 2.0“.

Non ho molta esperienza nel settore, ma ricordo ancora la mia prima volta in coda allo sportello per il borderò della Maratona live per la Notte Blu di Firenze. Era un caldo venerdì di maggio e si sentiva qua e là: “Ohi, ohi, tutte le settimane la stessa trafila“; “oh, Gianni ma icchè tu c’hai questo sabato sul palco?“, “A che ora chiudete?“, “Chi ti sona domenica?“, “che numero c’ha lei?“. Riconoscevo qualcuno, qualche viso noto della movida fiorentina e un po’ mi sentivo “ganza” a far parte di quelli che organizzano gli eventi in città e fanno le pratiche SIAE… Ok, se faccio un piccolo sforzo di memoria, mi torna in mente anche l’ansia provata a capire come si compilasse quell’A3 con le caselline monolettera, a comprendere chi dovesse firmare come direttore esecutivo fra mille band emergenti che neanche avevano brani coperti da SIAE, quando dovessi riconsegnare il borderò e pagare…

A distanza di 6 anni, ho avuto un incarico professionale proprio legato alla musica: grazie a Toscana 100 band ho seguito oltre 300 musicisti nelle loro attività di produzione, promozione, distribuzione… mi sono trovata per la prima volta ad adattare la mia mente di progettista/amministrativa/contabile a un target artistico ed è stato un bell’esercizio di stile e compromesso.

E poi lo scorso mese arriva la festa di compleanno di mia sorella. Ed io penso che con 10 anni di esperienza lavorativa negli enti pubblici, un anno di band toscane e 9 mesi nella gestione del progetto Pure Cosmos – Interreg sulla semplificazione amministrativa a favore delle imprese, è una sfida che posso raccogliere: farò il borderò online!

E quindi:

  • mi sono iscritta ai servizi online,
  • ho cercato il locale della festa,
  • ho creato l’evento privato inserendo data e ora,
  • ho pagato sulla base del numero di persone presunte e tipologia di serata,
  • ho stampato e portato con me il permesso ottenuto,
  • ho assegnato il programma musicale online al dj della festa,
  • me lo sono fatto compilare online,
  • l’ho riconsegnato alla SIAE.

SCHERZETTO?!?

Ci sei cascata o non ci credevi neanche tu?!

In effetti non è andata proprio così.

Perchè mentre cercavo di inserire data e ora dell’evento, ti ostinavi a rispondere  “Attenzione. Il rilascio del permesso è consentito fino a due ore prima dell’inizio dell’evento“, ma erano le 3 del pomeriggio e la festa era alle 22!

Perchè sono stata a sentire per 15 minuti “La preghiamo di restare in attesa per non perdere la priorità. Ci sono ZERO persone in attesa“, quando mancavano 15 minuti alla chiusura del servizio di assistenza telefonica e non mi sono scoraggiata.

Perchè alla prima richiesta di supporto, mi sono sentita rispondere: “sta usando google chrome? perchè il sistema online non va d’accordo con tutti i browser“. (Ma questa è vecchia, lo sanno tutti! Per questo io c’ho ancora Internet Explorer sul PC!)

Perchè ho rischiato di non farcela e la soluzione nel duemiladiciassette che mi hai suggerito è stata “conservi gli screenshot di errore e poi domani manda un’email in cui dichiara che s’impegna a pagare allo sportello“.

Perchè quando passi dai Servizi online all’Assistenza online, pensi di avere beccato un virus e si stiano aprendo pagine a caso in quanto cambia completamente l’interfaccia grafica e ci metti un po’ ad orientarti.

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Perchè dopo avere capito come assegnare il programma musicale al dj, e come prenderlo in carico, la pagina si bloccava nella fase COMPILA e all’ennesima richiesta di supporto, prontamente mi è stato risposto: “deve dire al compositore di compilare la sezione con i dati di contatto (indirizzo, numero di telefono, etc.), altrimenti il sistema non permette di compilare il borderò”.

Perchè ancora adesso a distanza di un mese so solo che ho pagato, ma mi resta il dubbio dell’esattezza della procedura e del rispetto dei tempi.

Insomma

vedi, caro amico,

cosa si deve inventare

per poterci ridere sopra,

per continuare a sperare“?

Insomma, tutto questo per dirti che hai messo a dura prova la stima che ho per le mie competenze informative, la mia pazienza, e la mia fiducia nel sistema, ma in un’ottica di dialogo aperto e costruttivo, si sa, ogni tanto bisogna anche sfogarsi, ma poi si torna amici come prima.

Con affetto,

un tuo “utilizzatore privato

Il pensiero positivo

Ovunque nel mondo delle soluzioni esistono“. Cit Domani – Il film

Era dai tempi del mio Erasmus in Spagna, ahimè 13 anni fa, che non mi capitava di fare un botellón.

Poco si differenzia nella forma dal “farsi una bevuta in Santo Spirito“, ma mentre ero lì, in Piazza Santa Croce, ho proprio pensato: “CAVOLO, questo è un botellón!

Perché c’erano gli spagnoli, c’era la musica, c’era la birra del pakistano e il vino comprato al supermercato, c’era la sensazione di essere tutti parte di un rito, fatto di incontro e condivisione.

Mi trovavo lì per caso, erano venuti in visita a Firenze degli amici di Torino con i quali da poco avevo vissuto l’esperienza tedesca del JobAct Summer Camp e ci eravamo dati appuntamento con altri ragazzi del gruppo.

Vi auguro una buona serata, ragazzi“: ci accoglie così un uomo di colore, africano, sulla quarantina, non il solito senegalese  con la cassetta di legno piena di accendini, cartine e braccialetti che prova ad attaccare bottone chiamandoti Miss Italia o mostrandoti come conosce bene i proverbi italiani.

No. Lui non era convenzionale: in camicia, orologio al polso, occhiali da vista in celluloide, accento francese e un tubo di braccialetti che accompagnavano il suo gesticolare piuttosto che essere l’oggetto delle sue conversazioni.

Stava parlando con altri ragazzi sulle scale della chiesa, ma quando arriviamo noi, si volta e prima di andare via ci lascia questo augurio:

A questo mondo, rispetto al passato, non ci manca niente: abbiamo un po’ di salute, un po’ di famiglia, un po’ di amici, un po’ di lavoro, un po’ di pace, un po’ di amore… solo ci manca il pensiero positivo. E per coltivarlo abbiamo bisogno di tre cose:

  1. una mente aperta
  2. un orecchio capace di ascoltare
  3. un’anima che sa comunicare.

Quindi, ragazzi, vi auguro di stimolare il vostro pensiero positivo“.

La serata è proseguita tra nuove conoscenze, chiacchiere sulla città, film, teatro, viaggi, satira… Senza rendercene conto, poco a poco la piazza si è spopolata, e noi 4 sempre lì su quei gradini, ultima sigaretta in mano o sorso di birra in bocca, non curanti del primo freddo settembrino, ma avidi di non porre fine a quella piacevole serata.

Ad un certo punto sono stata io a dire: “Bè, signori, sono le 2.30. Si va?” e solo in quel momento ci siamo accorti che eravamo rimasti gli unici in una piazza deserta. Su quei gradini. Davanti allo sguardo di Dante. Fra decine e decine di bottiglie vuote.

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Questa ovviamente non è piazza Santa Croce

Ci guardiamo intorno, in silenzio, e forse perché tutti venivamo dalla recente esperienza in terra tedesca, pensiamo: “Qui ci sono almeno 50 euro di reso. Se fossimo in Germania, la piazza sarebbe pulita e quel “promotore del pensiero positivo” potrebbe campare di questo“.

Eh sì, perché lì ad ogni concerto, festival, sagra o festa, la spazzatura viene smaltita dagli stessi esercenti che invogliano il pubblico a restituire il bicchiere o la bottiglia ricevendo indietro il costo precedentemente addebitato. Abbiamo cominciato a fantasticare su come educare i giovani a lasciare i luoghi pubblici puliti, a come farla diventare una cosa “normale” e non solo una cosa multabile; abbiamo aperto la nostra mente, ci siamo ascoltati a vicenda e abbiamo comunicato le nostre idee o esperienze.

Siamo tutti responsabili del mondo che restituiamo alle generazioni future, in termini di risorse e valori e ci sono tante buone pratiche che varrebbe la pena trasferire e adattare ad altri contesti e luoghi. E allora ho deciso di scrivere questo post per condividerne alcune, mossa dalla visione di questo film documentario, che di spunti ne offre tanti.

Per info sul film visitate la pagina facebook Domani Il film.

E voi siete pronti a sviluppare il vostro pensiero positivo?

 

JobAct Summer Camp in Germania ad agosto

E mentre a Brussels si cerca di gestire il BREXIT, l’Ungheria parla di costruire muri, e la Nazionale di calcio è tornata a casa dagli Europei in Francia perdendo contro la Germania, io torno a vivere e costruirmi l’Europa che più amo e così a metà agosto vado in Germania per il JobAct Summer Camp.

Si chiama JOBACT™ ma non si tratta di una nuova riforma del lavoro, è bensì un metodo di pedagogia teatrale che spinge giovani uomini e donne a trovare la motivazione e la forza per partire o ripartire con il lavoro e la loro vita, da qui l’unione delle due parole JOB+ACT.

Il creatore di questo modello, ProjektFabrik, da qualche tempo si sta impegnando per esportare queste tecniche in altri paesi europei e infatti avevo avuto modo di provarne un assaggio lo scorso autunno durante un laboratorio di 2 giorni organizzato a Firenze da Vivaio per l’intraprendenza.

Ma proprio qualche giorno fa il progetto di diffusione di questo modello ha ottenuto una nuova leva, grazie alla bellissima notizia ricevuta dall’Agenzia Erasmus Plus tedesca.

L’azione K1 di questo programma – che finanzia infatti progetti di mobilità in tutta Europa – ha approvato il finanziamento del JOBACT/EU SUMMER CAMP 2016, un workshop internazionale a Witten, in Germania dal 17 agosto al 1 settembre – per giovani europei tra i 18 e i 28 anni.

Si tratta di una full immersion in un training teatrale di gruppo, insieme ad altri giovani provenienti da Francia, Germania, Italia e Ungheria, che si concluderà con la rappresentazione dello spettacolo teatrale costruito durante il Camp.

Il mio compito è quello di accompagnare gli otto partecipanti in partenza da Firenze. Le iscrizioni sono aperte sul sito di Vivaio per l’Intraprendenza e scadono il 22 luglio.

IMPORTANTE! Il workshop è gratuito: i costi di volo, vitto e alloggio sono coperti da Erasmus plus, quindi per partecipare basta solo pagare una quota d’iscrizione di 100 euro.

Maggiori info sul flyers del camp.

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#NObullyingFlashMob perchè?

Sono stata vittima di bullismo cibernetico, anche se ai miei tempi non c’erano smartphone, facebook, youtube o whatsapp.

Quando frequentavo le scuole medie, c’era la segreteria telefonica però. 

Sembra un pensiero vintage dal sapore nostalgico e quasi mi fa sorridere, ma poi riprovo quel gusto amaro al ricordo dei messaggi offensivi e minacciosi che conteneva. Erano quelli che un compagno di scuola mi lasciava tutti i pomeriggi in cui non mi trovava in casa. E penso: Adesso forse si chiamerebbe cyberstalking.

Quando avevo 15 anni, c’erano le cabine telefoniche però. 

Ricordo quando nell’estate dei miei 15 anni il telefono squillava dopo cena ed erano gli scherzi anonimi che alcune “amiche” facevano dalla cabina telefonica. Mi prendevano in giro, ridacchiavano. Stavo vivendo una delle estati più difficili della mia vita, e forse loro non lo sapevano. Ancora oggi a distanza di 20 anni mi chiedo cosa avessi fatto per meritarmi quella cattiveria. Adesso forse si chiamerebbe harassement.

Come ho fatto a superare questi dolorosi episodi?

Di sicuro il telefono fisso di casa in soggiorno e la segreteria telefonica con le cassette mi hanno salvata, perchè il mio disagio non era chiuso nel mio smartphone, ma era condiviso all’interno di mura familiari solide e presenti.

E quindi credo di avere arginato rapidamente le ferite che queste azioni mi avevano causato in primis grazie alla mia famiglia e poi grazie ai professori della scuola media che in maniera molto discreta hanno preso in mano la situazione, e infine grazie agli amici veri che mi hanno dato forza e dimostrato affetto.

Sono stata fortunata. Ho un ricordo ormai lontano di quel tempo, e ripenso a quegli avvenimenti come a momenti che mi hanno fatto crescere e rafforzato come persona, ma una parte di me sa che nella mia memoria, legati a quegli episodi, ci sono lacrime, paure, tristezza, ansia e disperazione.

Da qualche mese mi occupo di un progetto europeo sul bullismo cibernetico e il 16 marzo è stato indetto il #NObullyingFlashMob, una giornata dedicata ad una campagna social per parlare di questo problema molto attuale e per sensibilizare chi lo conosce meno, attraverso informazioni sugli strumenti per arginarlo e denunciarlo e sui pericoli che può comportare.

Io parteciperò.

Ci sarò il 16 marzo per raccontare senza vergogna la mia storia e per consigliare, a chi non ne ha la forza, di chiedere aiuto e non chiudersi. Quello che ho imparato da quella esperienza è di non cedere alla prepotenza e denunciarla sempre, per comprenderla, per superarla, per sconfiggerla. Forse il mio spirito di combattente moralizzatore e di assistente dei più deboli si è forgiato proprio come reazione a queste vicende. E ne vado fiera.

Per dire anche voi Stop al bullismo, qui trovate il link all’evento.

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3 buoni motivi per essere fieri di vivere in Toscana

Per scegliere 3 motivi che mi rendono fiera di vivere in questa regione, non mi serve pensare alle meraviglie rinascimentali di Firenze, al pecorino di Pienza e all’olio novo, a Dante o Bocaccio.

No. è ancora più facile e forse anche più gratificante.

Mi basta citare Leopoldo, Pietro Leopoldo per l’esattezza, Granduca di Toscana, ed eccoli qui:

  1. l’allora Granducato di Toscana è stato il primo Stato al mondo ad abolire formalmente la pena di morte e la tortura nel 1786;
  2. Grazie a Leopoldo, in Toscana sono nate le iniziative economiche di liberalizzazione e si è deciso lo scioglimento delle corporazioni e la costituzione delle camere di commercio;
  3. in Toscana si sono sviluppate prima che in altri territori quelle riforme che hanno dato il via ad una nuova organizzazione dei comuni accrescendone l’identità e l’autonomia;

In 3 parole:  libertà, diritti, rispetto dei diritti dell’uomo. Principi fondamentali della nostra società attuale, sui quali si è basata anche la mia crescita personale di cittadina attiva all’interno della comunità.

A questo uomo, alle sue riforme e ai valori che ne sono scaturiti, sono dedicati anche quest’anno i festeggiamenti della Festa della Toscana.

Tra le varie iniziative, Centrale dell’arte porterà in scena LEOPOLDO AL FUTURO, sabato 27 febbraio 2016 alle ore 16, presso il Circolo Andreoni – via d’Orso 8 FIRENZE – ingresso gratuito.

Descritto come un gioco teatrale e una riflessioni filosofical’evento offrirà una panoramica delle riforme del periodo 1765 – 1790,  e racconterà la storia di un imperatore e di come la Toscana in quel periodo sia diventata un laboratorio sociale e politico di grande rilievo, e offrirà lo spunto per rispondere ad importanti interrogativi: Ed oggi? Cosa ci portiamo dietro quest’eredità? Quali insegnamenti per il futuro?

 

L’evento, in collaborazione con Sharing Europe, CGIL SPI Toscana, e Circolo Arci R. Andreoni, grazie ad un contributo del Consiglio Regionale, prevede gli  interventi di Marino Rosso e Teo Paoli e le azioni teatrali di Centrale dell’Arte.

Per maggiori info sull’evento, visitate il post dedicato sul sito di Centrale dell’arte.

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*Mercoledì 24 febbraio 2016 alle ore 9.15 evento riservato alle classi del liceo Michelangiolo.

 

 

Credere nelle favole fa bene

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Ho creduto a Babbo Natale per molto tempo, credo fino agli 8-9 anni, o forse più..

Ci ho creduto anche quando i cugini più grandi, per dispetto, mi dicevano che non esisteva, e anche quando a mostrare dei dubbi era la cuginetta più piccola.

Ci ho creduto nonostante avessi visto la casa degli animali nel bagagliaio della Citroën LN di mia madre e lei, arrossendo, avesse farfugliato una risposta poco convincente riguardo ad un regalo di compleanno per la figlia di un’amica. E quando sotto l’albero il mio regalo era stato proprio quella casa degli animali, con annessa la famiglia dei pulcini, ho cancellato qualsiasi dubbio senza esitazione.

Ci ho creduto persino quando entrando di corsa nella stanza in fondo al corridoio avevo beccato mia zia mentre stirava quell’inconfondibile vestito rosso. E quando quell’anno Babbo Natale era arrivato, avrei giurato che sul divano c’era anche mio nonno.

Ci ho creduto.

Ci ho voluto credere.

E poi quando, loro malgrado, i miei genitori mi hanno dovuto confessare la verità – chissà forse perché la situazione stava diventando imbarazzante – non riuscivo davvero a trovare il senso di tutta quella pantomima.

E’ stato il mio primo confronto con la dura realtà, con il mondo vero, quello degli adulti.

Poi crescendo la vita mi ha fatto crollare tante altre dolci illusioni:

  • che i miei nonni sarebbero vissuti in eterno,
  • che Federica sarebbe stata la mia migliore amica per sempre,
  • che avrei vissuto sempre nella casa con la stanza dei giochi,
  • che il primo amore sarebbe stato eterno,
  • che mamma e papà non sarebbero invecchiati mai,
  • che se avessi fatto la brava sarei stata premiata,
  • che se avessi detto le bugie mi si sarebbe allungato il naso…

Dopo quasi 20 anni dalla prima disillusione, tante ne sono seguite, ma a pensarci bene, tra crederci e non crederci, io ancora adesso scelgo di crederci.

Perché anche se tutte le volte che mi crolla un’illusione mi ripeto: “La prossima volta non ci casco”, la forza che una nuova illusione muove è talmente magica e dirompente che vale la pena darle gas.

E se credere ad una favola, mi fa sorridere, piantare fiori, dipingere muri, sorprendere e vivere come una principessa, mentre la fine di una favola devasta tutto, portando l’aridità e il buio del rancore e della delusione, dovrò semplicemente metterci ancora più profumi, colori, luce e magia affinché sopravvivano al colpo.

Perché nel frattempo quello che sto decorando, respirando e assaporando è il mio “visse felice e contenta“.

THE END